Pokémon Origins - Prima Parte

Le origini della famosa saga ritornano sotto forma di anime!

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Pokémon. Da dove cominciare? Se quando eravate ancora delle giovani promesse del campo video ludico avete giocato ad almeno uno dei tanti videogiochi sui Pocket Monsters, l’argomento di cui stiamo per parlare non potrà che smuovervi qualcosa dentro al cuore, qualcosa che sa di ore passate nell’erba alta, poké ball perse nei meandri di foreste sconosciute e tetri boschi e medaglie e vittorie sudatissime.

Infatti, questa recensione verterà sul recentissimo Pokémon Origins, anime basato sul famoso videogioco della Nintendo, andato in onda su TV Tokio lo scorso 2 ottobre. Di cosa si tratterà? Ci si chiede appropinquandosi alla prima puntata (di quattro), diretta da Itsuro Kawasaki. Risposta: è un gameplay di Pokémon Rosso.

Non si fraintenda, non ci siamo ancora spiegati: procediamo con ordine. Mentre il famoso anime che andò in onda in tv nel 2000 prendeva sì posto nel mondo dei Pokémon, ma non seguiva il plot del videogame, quest’ultimo è proprio l’obiettivo che si pone questo speciale in quattro parti. Infatti, la puntata comincia con un simpatico rimando al videogioco Pokémon Rosso uscito nel 1996 (come ci ricorda la sigla iniziale): New Game o Return to Title? New Game. Ai nostri occhi appare un allegro Professor Oak con l’introduzione al mondo dei Pokémon: c’è chi li tiene come animali domestici, chi li fa combattere, e chi li studia, proprio come lui. Solita storia, anche se da un momento all’altro ci si aspetta che chieda “Sei maschio o femmina?”, ma qui siamo in Pokémon Rosso, e il protagonista non può essere che lui: Rosso, Red, o come si voglia chiamare lo si chiami, l’unico, il solo, l’inarrivabile, il silenzioso e tenebroso.


Ma Rosso, che non ha mai proferito parola nel videogioco, qui muto non è (e ci mancherebbe): anzi, è molto entusiasta di apprendere da sua madre che “quello” che il Prof. Oak stava preparando per lui è pronto. “Quello” cosa? Lo scopriremo solo vivendo, anche se qualche intuizione ce l’abbiamo. Alle porte del laboratorio del Professore, chi ti incontri? Ma è ovvio: Green, l’acerrimo nemico di sempre, il nipote di Oak, lo sborone del villaggio. Rosso e Green si fanno strada all’interno del laboratorio lottando tra di loro per arrivare per primi, quando la comparsa del Professore fa cessare tutte le lotte; l’attenzione dei ragazzi infatti è focalizzata su ciò che il caro vecchio studioso ha in serbo per loro: è un Pokédex, un dispositivo in grado di raccogliere tutte le informazioni sui Pokémon catturati (e chi se lo immaginava!). Ma c’è di più! Ognuno di loro potrà prendere uno dei tre Pokémon che il Professore ha preparato per loro: un Charmander, uno Squirtle o un Bulbasaur. Rosso non ha dubbi: dal momento che porta il nome del fuoco e della passione, non può che scegliere Charmander; anche Green non ha dubbi: nonostante il suo nome indichi di scegliere un Pokémon d’erba (e quindi Bulbasaur), si dice superiore a tali smancerie e sceglie Squirtle (chiamalo scemo).

 

Dopo il regalo, i ragazzi vengono invitati a partire per il paese per catturarli tutti (!) e loro, ovviamente, non fanno una piega: così, senza nemmeno avvertire i genitori, nella scena successiva Rosso si trova già sul sentiero per catturare dei Pokémon selvatici, quando spunta Green, che lo incita a far combattere i loro Pokémon. Il risultato della lotta è scontato: Rosso perde, svantaggiato dalla mancanza di esperienza e dall’ignoranza delle combinazioni di tipo. Ma ciò che cattura la nostra attenzione (oltre alle urla strazianti di Charmander massacrato da Squirtle) è la presenza di un uomo che, nascosto, osserva il combattimento: sarà Brock? Sarà Bill? Sarà Giovanni? Per ora, è solo un uomo misterioso che insegna a Rosso che “il cuore di un allenatore è connesso al suo Pokémon” e che è necessario che entrambi lottino, per crescere in sintonia e far sì che il Pokémon acquisisca la forza del suo allenatore. Rosso quindi si reca alla città più vicina, Viridian City, per far curare il suo Charmander in un Centro Pokémon (“l’edificio dal tetto rosso”, come gli spiega l’uomo) ed essere pronto ad una battaglia contro uno dei tanti capopalestra, che l’uomo ha indicato come gli individui più adatti per mettersi alla prova.

 

All’ingresso della palestra di Pewter City, capeggiata da un certo qualcuno di nome Brock, Rosso viene deriso dai due ragazzi che fanno di guardia alla porta, che pensano sia troppo inesperto per anche solo provare a battere il loro maestro. Ma, sorpresa sorpresa, il capopalestra non è altri che l’uomo misterioso, esperto nel tipo roccia. La lotta comincia, ma è chiara fin da subito l’imperizia di Rosso, che comunque riesce a capire che “I Pokémon non sono oggetti da usare in battaglia, sono compagni!” giusto in tempo per battere Brock per il rotto della cuffia.

Simpatica ed evocativa, comunque, la grafica della battaglia: è stato scelto di indicare la salute dei Pokémon con le barre di HP, proprio come nel videogioco, il che non può che fare breccia nel cuore di un ex allenatore. La fine della puntata vede un Rosso trionfante che si avventura per diventare un allenatore fortissimo in grado di completare il Pokédex affidatogli. Buona fortuna, che se tanto mi dà tanto ti ritroverai con niente di più che un certificato che attesta che li hai presi proprio tutti, e neanche un mt di gratitudine (che invece gli consegna Brock, insieme alla medaglia).

Dal punto di vista più strettamente tecnico, Pokémon Origins si presenta come un anime fatto appunto per gli appassionati: non dà l’idea di voler impressionare e conquistare come fece ai tempi di Ash, ma ci riesce comunque. È impossibile non rimanere colpiti da questo progetto, da quest(‘ennesim)o (?) revival, nonostante (qualcuno lo dovrà pur dire) i disegni non siano eccelsi, né la storia sia originale. Sentire le classiche musiche di Pokémon che hanno accompagnato intere ore di gioco far parte della colonna sonora di un anime è qualcosa che fa commuovere e fa rivivere forti emozioni a quel bambino che è rimasto in noi, che esulta per un Blastoise o piange per Charizard, e spera, un giorno, di essere davvero il campione del mondo.

Antonina Truglio